Angiolo Maros Dell’Oro, “Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi”, Le Monnier 1953: parte II: la reazione al positivismo: la sfiducia nella ragione, S. A. Kierkegaard, F. Nietzsche, i pensatori russi e lo slavismo

In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953 Angiolo Maros Dell’Oro sviluppava la seconda parte sulla reazione al positivismo passando dal discorso del terzo e quarto capitolo sui limiti filosofico-scientifici del positivismo al discorso del quinto, sesto e settimo capitolo sulla reazione filosofica al positivismo.

Il quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi di A. Maros Dell’Oro è Movimenti di esasperazione, ripartito nei quattro titoli Sfiducia nella ragione, S. A. Kierkegaard, F. Nietzsche e Lo slavismo: il discorso sulla reazione filosofica al positivismo comincia con una rassegna del pensiero e dei pensatori ottocenteschi contrari alla ragione.

Nel primo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi la rassegna del pensiero e dei pensatori ottocenteschi contrari alla ragione era da A. Maros Dell’Oro avviata rimarcando la fiducia del positivismo nella ragione scientifica e l’identificazione filosofica metafisica hegeliana di realtà e ragione: se dall’accento sull’assurdità delle pretese assolutistiche della ragione si passava al richiamo dei limiti della nostra umana ragione, dall’affermazione della necessità della umana integrazione filosofica della nostra ragione si perveniva all’irrazionalismo gnoseologico e metafisico: Maros Dell’Oro sottolineava la varietà di questo antiintellettualismo dell’Ottocento e tra i vari antintellettualisti ottocenteschi l’emergere dei soli S. A. Kierkegaard e F. Nietzsche.

Nel secondo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il pensiero esistenzialistico di S. A. Kierkegaard (1813-1855) era da A. Maros Dell’Oro considerato «un urlo di dolore strappato dal dramma personale della vita» (p. 64): «Kierkegaard è uno spirito essenzialmente religioso… di Dio… non si interessa di dimostrare l’esistenza… o di conoscere la natura intrinseca. Va subito alla sua presenza immediata nella propria persona… Lo stesso peccato sta a provare Dio… tutto è peccato… la nostra stessa finitezza naturale non è solo limite ma peccato… Poiché… il nostro vivere mostra all’evidenza tutta una miseria peccaminosa l’aspetto naturalistico non deve essere la sua vera realtà» (pp. 64-65). A. Maros Dell’Oro poneva l’accento sulla religiosità cristiana della riflessione di S. A. Kierkegaard sul rapporto tra l’uomo e Dio: per Kierkegaard la comprensione dell’incontro di Dio con me nella mia persona richiede il salto qualitativo esistenziale della fede per sprofondare nella propria intimità e colmarvi la distanza tra se stesso finito e la divinità infinita secondo il senso della propria peccaminosità e la percezione della intima immediata presenza divina: nell’intimità della fede tempo umano ed eternità divina si incontrano nell’istante personale: nella fede diviene comprensibile l’assurdo per la ragione. Assurdo è al contrario l’eccesso razionale del panlogismo di G. W. F. Hegel: alla pretesa filosofica metafisica del sistema idealistico hegeliano di dedurre la necessità essenziale del tutto S. A. Kierkegaard opponeva l’indeducibilità metafisica della possibilità esistenziale del singolo: come singolo l’uomo sceglie la propria vita secondo libertà ed esclusività: A. Maros Dell’Oro concludeva rilevando per l’uomo nell’intimo tormento dell’angoscia il sintomo divino della libertà esclusiva kierkegaardiana opposta alla necessità inclusiva hegeliana.

Nel terzo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il discorso sulla reazione filosofica al positivismo secondo la contrarietà ottocentesca alla ragione prosegue col pensiero di F. Nietzsche (1844-1900): dice A. Maros Dell’Oro: «In Nietzsche il filosofo nasce dal disgusto per la filologia puramente erudita di sapore positivistico» (p. 67): Nietzsche si rivolge all’antica Grecia e rilevando l’altra faccia dell’anima greca ricompone il volto della grecità integrando la limpida forma razionale dello spirito apollineo con la oscura vita istintuale dello spirito dionisiaco; dalla sintesi dello spirito apollineo espresso nella poesia e nella scultura e dello spirito dionisiaco espresso nella musica nasce la tragedia greca. All’accento storico sull’oscuro senso dionisiaco della vita nell’antica Grecia A. Maros Dell’Oro sottolineava la corrispondenza nel primo Nietzsche dell’abbandono al dolore: con la successiva critica rivalutazione del significato del dolore alla noluntas rinunciataria di A. Schopenhauer F. Nietzsche oppone l’eroica accettazione della dolorosa realtà della vita: Nietzsche «predica l’amor fati»: «Anche il suo orizzonte si sposta. Ora lo occupa il problema della cultura moderna» (p. 68). Il sì alla realtà e al proprio destino porta F. Nietzsche ad opporre la vita alla ragione: Nietzsche nega che la vita sia comprensibile e dominabile colla ragione: dal prevalere dello spirito razionale apollineo sullo spirito istintuale dionisiaco nell’antica Grecia l’affermazione della ragione ha storicamente segnato la decadenza della nostra cultura occidentale dalla grecità classica socratica al positivismo contemporaneo: dice A. Maros Dell’Oro: «F. Nietzsche… trova che tutti i valori in cui oggi crede l’uomo sono sintomi di decadenza, strumenti che impoveriscono anziché rendere più piena e fervida la vita. Se la prende con le religioni, per la loro fede nel “fantasma dell’aldilà” per il quale gli uomini non si interessano più alla vita, la quale è invece l’unica vera realtà essenziale… il cristianesimo ha imposto all’Occidente “una morale da schiavi”… ha coalizzato la massa dei poveri, dei brutti, dei deboli contro gli uomini veramente superiori… Anche il socialismo, coi suoi ideali di eguaglianza e fratellanza, gli dà la nausea. Lo avrebbe iniziato Socrate, a cui Nietzsche non poteva perdonare  le umili origini e la mania dialettica, ed oggi sarebbe risorto, più pericoloso ancora, sotto l’aspetto umanitario predicato dai vari A. Comte e dai vari K. Marx… Nietzsche critica pure la scienza… chi vede solo i fenomeni vede uno scheletro della realtà… la scienza è poi un altro strumento per livellare gli uomini… Anche G. W. F. Hegel non sfugge agli strali di Nietzsche, per la mania che ha di credere che la vita sia racchiudibile in uno schema dialettico della ragione» (pp. 68-69). Contro la ragione e i valori razionali decadenti della nostra cultura occidentale da Socrate al positivismo ottocentesco F. Nietzsche proclama quindi aristocraticamente il valore supremo della vita per la vita vissuta nella sua assoluta pienezza: «Distrutte queste “tavole dei vecchi valori” F. Nietzsche… è diventato il ditirambico celebratore della vita» (p. 69), dice A. Maros Dell’Oro. Il senso terrestre, mondano, immanente della vita per la vita vissuta nella sua assoluta pienezza è poi incarnato dal superuomo: il superuomo dovrà subentrare all’uomo: il superuomo di F. Nietzsche è l’emblema della nuova umanità che dice sì alla vita e accetta la realtà delle cose nell’identità del loro eterno ritorno: conclude A. Maros Dell’Oro: «Dapprima il superuomo è un essere superiore… Lo ha educato il dolore delle cose… Ma poi… anche gli uomini superiori di oggi sono soltanto i precursori di una razza luminosa del futuro… Dapprima il superuomo è il predominio dell’istinto, della forza, della violenza… Più tardi invece il superuomo incarna in sé, accanto alla forza, anche la raffinatezza della cultura e dell’arte in armonico sviluppo… Nietzsche infine crede di aver trovato una risposta all’angoscioso problema che, dopo tutto, anche i superuomini devono morire. Tale risposta sta nel mito dell’eterno ritorno delle cose… Agli occhi di Nietzsche l’eterno ritorno elimina anche la necessità di chiedere un perché alla vita» (p. 69-70).

Nel quarto ed ultimo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro concludeva sulla reazione filosofica al positivismo secondo la contrarietà ottocentesca alla ragione richiamando pensiero e pensatori russi dell’Ottocento: se nel Settecento gli intellettuali russi si erano interessati dell’Illuminismo, di C. L. Montesquieu, Voltaire e J.-J. Rousseau, nei primi decenni dell’Ottocento in Russia si discuteva di G. W. F. Hegel e l’idealismo romantico tedesco classico postkantiano: di Hegel all’adesione alla razionalità del reale e alla dialettica storica V. G. Belinskij (1811-1848) faceva seguire il distacco dallo Spirito assoluto che sacrifica l’individuo e volge il soggetto singolo al proprio disegno animandolo e poi abbandonandolo: nella Russia dell’Ottocento al problema della filosofia si legava la questione culturale dell’opposizione di occidentalismo europeo e slavofilismo russo e la questione storico-culturale del panslavismo russo come idea e previsione del ruolo e della missione della Russia a favore dell’intera umanità. A. Maros Dell’Oro proseguiva sottolineando l’idea dello slavofilo e panslavista russo ottocentesco F. M. Dostoevskij (1821-1881) che la redenzione umana non passa per la ragione ma richiede i valori non razionali della fratellanza e del dolore: «Agli occhi di Dostoevskij l’Occidente era ricco di passato ma povero di avvenire; aveva una civiltà ormai al declino, che invano cercava di difendere con le filosofie e la scienza, sterili impalcature meccaniche… il mondo poteva essere rigenerato solo dal “vangelo del Cristo russo”, basato appunto sulla fratellanza e il dolore» (p. 72). All’individualismo della cultura occidentale era nella Russia dell’Ottocento dallo stesso L. N. Tolstoj (1828-1910) opposto il più vivo senso della famiglia e della collettività proprio degli umili e oscuri lavoratori dei campi: «La loro esistenza è dura, eppure sono sereni. Perché stanno vicini alla natura, questa grande madre… Chi vive per gli altri non conosce le ossessioni che tormentano l’egoista» (p. 72). Il filosofo e teologo ottocentesco russo V. Soloviev ( 1853-1900) rilevava infine l’esteriorità del sapere razionale ed empirico del pensiero filosofico-scientifico occidentale: per Soloviev l’interno dell’oggetto è disponibile alla sola intuizione, per cui all’essere si giunge per fede: «A Dio, termine supremo di tutta la realtà, l’uomo arriva non con le argomentazioni dei filosofi o le nozioni dello scienziato ma con la fede religiosa, con l’amore per i suoi simili, soprattutto con la creazione artistica, che trasfigura e spiritualizza le cose» (p. 72).