La crisi dei fondamenti: sviluppi scientifici e filosofia

… se vi è lavoro massimamente produttivo alla scienza, è quello… che cerca rapporti nuovi tra rami del sapere generalmente divisi e promuove l’associazione di certe attitudini per aprire vie originali alla ricerca del vero

Federigo Enriques, Scienza e razionalismo (1912), in Giulio Giorello, Introduzione alla filosofia della scienza, Bompiani 1994, p. 8

… se all’interno della scienza saldamente consolidata si manifesta improvvisamente, in un qualche punto, la necessità di prender nuovamente coscienza del vero significato dei concetti fondamentali, provocando così una più radicale chiarificazione del loro senso, questa analisi viene subito avvertita come un atto eminentemente filosofico. Tutti son d’accordo sul fatto che, per esempio, la ricerca di Einstein, sviluppata in base ad un esame del senso degli enunciati sul tempo e sullo spazio, è stata, per l’appunto, una vera e propria impresa filosofica

Moritz Schlick, La svolta della filosofia (1930), in Neoempirismo (1969, a cura di Alberto Pasquinelli), Utet 1978, p. 261

Il filosofo troverà nella storia del pensiero scientifico non soltanto i criteri per giudicare il valore della scienza, sì anche la spiegazione dell’ordine e del significato dei problemi della filosofia. Giacché nella storia della civiltà occidentale codesti problemi sorgono appunto sul terreno della ricerca naturalistica

Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico (1934), Barbieri 2004, p. 31

Qualunque possa essere il nostro principio filosofico, per quanto riguarda l’osservazione scientifica un oggetto si esaurisce nella totalità delle relazioni possibili con il soggetto o con lo strumento che lo percepiscono

Richard Courant e Herbert Robbins, Che cos’è la matematica? (1941), Boringhieri 1991, pp. 30-31

… i più grandi sistemi della storia della filosofia, cioè quelli che ne hanno messi in moto altri e che hanno esercitato una durevole influenza, sono tutti nati da una riflessione sulle scoperte scientifiche dei loro stessi autori o su di una rivoluzione scientifica contemporanea o immediatamente anteriore alla loro epoca: così fu per Platone con la matematica, per Aristotele con la logica e la biologia, per Cartesio con l’algebra e la geometria analitica, per Leibniz con il calcolo infinitesimale, per l’empirismo di Locke e di Hume con le loro anticipazioni della psicologia, per Kant con la scienza newtoniana e le sue generalizzazioni, per Hegel e il marxismo con la storia e la sociologia, e per Husserl con la logistica di Frege

Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, pp. 59-60

Per quanto riguarda… la filosofia, era inevitabile che le implicazioni della relatività e della meccanica quantistica per la visione del mondo potessero, almeno agli inizi, essere comprese appieno soltanto dai fisici stessi. Ed è stata una fortuna per la storia del pensiero che gli artefici di quelle rivoluzioni scientifiche fossero personaggi come Albert Einstein, Niels Bohr, Werner Heisenberg ed Erwin Schrödinger, che univano al genio scientifico talento e interesse filosofici. Fu così che i primi due diedero vita ad un dibattito titanico sulla natura della realtà e della conoscenza del mondo fisico che è una delle vette della discussione filosofica del Novecento, i cui termini rimangono tuttora largamente ignorati dalla maggioranza dei filosofi e dei fisici. I secondi due si rivolsero invece da un lato alla rivisitazione delle radici del pensiero scientifico, rispettivamente in Fisica e filosofia e La natura e i greci, e dall’altro alla fondazione di nuove metafisiche che potessero rendere conto della natura del mondo alla luce delle nuove teorie… l’indagine scientifica è di natura filosofica

Piergiorgio Odifreddi, La guerra dei due mondi, in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, p. 51

Nelle scienze la riflessione filosofica pare ben ritenersi caratteristica della “crisi”.

L’Ottocento non è naturalmente solamente il secolo dell’idealismo e del romanticismo ma è anche il secolo del positivismo. L’Ottocento è il secolo dello spirito idealistico e della sensibilità romantica ma pure della fiducia nella scienza. Gli sviluppi scientifici ottocenteschi appaiono effettivamente fondamentali. Il pensiero scientifico ottocentesco sembra completare la riscoperta umanistico-rinascimentale e tutto il lavorio moderno col pieno recupero del pensiero scientifico antico. Nell’Ottocento il pensiero matematico e logico giunge bene a grandi acquisizioni. Dopo la creatività del pensiero moderno e l’estensione settecentesca dei risultati moderni il pensiero matematico ottocentesco appare caratterizzarsi per l’istanza di rigore. L’Ottocento vede così affermarsi la riflessione sui fondamenti della matematica. Dal concetto analitico di limite alle assiomatiche definizioni implicite geometriche per la teoria ingenua degli insiemi la ricerca fondazionale sembra ben attraversare l’intera matematica ottocentesca. Nella matematica ottocentesca al processo d’aritmetizzazione dell’analisi e di logicizzazione dell’aritmetica si accompagna effettivamente la costruzione delle geometrie non euclidee iperbolica ed ellittica alternative alla geometria parabolica euclidea.

L’Ottocento è un secolo di grande crescita scientifica. Nell’Ottocento appare così straordinario lo sviluppo della chimica. Affrancatasene dal meccanicismo nell’Ottocento la chimica sembra porre le basi per il ricongiungimento meccanicistico alla fisica. Nella fisica alla grande produttività metodologica l’Ottocento vede subentrare la crisi del modello teorico del meccanicismo. La meccanica è scientificamente centrale: nella fisica dell’Ottocento la meccanica sembrava il paradigma: non solo gli acustici ma anche statisticamente i termici e col postulato dell’etere cosmico gli ottici appaiono bene fenomeni meccanici. Con l’elettromagnetismo nella scienza fisica ottocentesca alla meccanica pare oramai affiancarsi un nuovo paradigma teorico. Dal confronto con l’elettromagnetismo sembrano emergere i limiti della meccanica classica: è ben il contesto della novecentesca teoria della relatività.

La teoria della relatività speciale si basa su 2 postulati empirici: 1) il primo riafferma bene il principio della relatività di Galileo che in due sistemi in moto relativo uniforme tutte le leggi di natura sono le medesime; 2) il secondo dice che la velocità della luce è costante quale che sia il sistema di riferimento. La teoria della relatività speciale rimanda così a 3 principi: 1) relatività, 2) costanza della velocità della luce e 3) addizione delle velocità: questi principi non possono coerentemente essere accolti tutti e tre insieme. Postulando empiricamente 1) relatività e 2) costanza della velocità della luce altrimenti dalla meccanica classica la meccanica relativistica non accetta il principio di addizione o sottrazione delle velocità. Accettando e 1) il principio di relatività e 2) il principio della costanza della velocità della luce la fisica relativistica fa dipendere il tempo dal sistema e la massa dalla velocità.

Storicamente l’idea “razionalistica” di Immanuel Kant che possiamo “anticipare” la “forma” del “mondo” è stata ben produttiva.

Forme pure della sensibilità lo spazio ed il tempo sono per Immanuel Kant condizioni della nostra percezione o “intuizione sensibile”: percepiamo oggetti spazializzando e/o temporalizzando i “fenomeni” datici sensibilmente. Immediatamente costitutivi lo spazio e il tempo hanno kantianamente validità oggettiva “automatica”: “costituendo” l’oggetto dell’esperienza le due pure forme spazio e tempo della nostra sensibilità non possono non valere a priori degli oggetti d’esperienza. Riferibili agli oggetti della esperienza i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo son kantianamente giudizi sintetici a priori: inquadrando il molteplice materiale sensibile del conoscere spazio e tempo sono condizioni formali pure della nostra percezione sensibile costitutive degli oggetti d’esperienza; però essendone costitutivi spazio e tempo sono altresì validi degli oggetti dell’esperienza; i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo rappresentano così effettiva conoscenza della “realtà oggettiva” o “mondo fenomenico” e sono quindi giudizi sintetici, ma riconducendo alle inesorabili condizioni formali pure della umana percezione sensibile costituiscono inoltre un “universale e necessario” sapere degli oggetti dell’esperienza indipendente dall’esperienza e sono dunque anche giudizi a priori.

Nella spiegazione della conoscenza e degli “universali e necessari” giudizi sintetici a priori il grande problema di Kant è ben la “giustificazione” della validità oggettiva delle “spontanee” forme pure dell’intelletto: rispetto alle “ricettive” forme spazio e tempo della intuizione sensibile per i concetti puri dell’intelletto o categorie si impone una “deduzione trascendentale” della pretesa di valere a priori degli oggetti dell’esperienza:

Senza grande fatica ci è stato sopra possibile chiarire come i concetti di spazio e di tempo, pur essendo conoscenze a priori, debbano tuttavia riferirsi necessariamente ad oggetti, rendendo così possibile una loro conoscenza sintetica indipendentemente da ogni esperienza. Infatti, poiché è solo mediante siffatte forme pure della sensibilità che un oggetto può apparirci, cioè essere un oggetto dell’intuizione sensibile, lo spazio ed il tempo sono intuizioni pure che contengono a priori la condizione della possibilità degli oggetti come fenomeni; e la sintesi in essi possiede validità oggettiva.

Le categorie dell’intelletto, al contrario, non costituiscono per noi le condizioni alle quali ci vengono dati degli oggetti nell’intuizione; ci possono quindi ben apparire oggetti senza che debbano necessariamente riferirsi a funzioni dell’intelletto e senza che questo contenga le loro condizioni a priori. Qui emerge dunque una difficoltà che non abbiamo incontrato nel campo della sensibilità: in qual modo, cioè, le condizioni soggettive del pensiero debbano avere una validità oggettiva, ossia ci diano le condizioni della possibilità di ogni conoscenza degli oggetti; infatti, anche senza funzioni dell’intelletto, possono senz’altro esserci dati fenomeni nell’intuizione[1].

Le categorie dell’intelletto puro son da Kant così rilevate “condizioni della possibilità dell’esperienza”. La questione kantiana della “deduzione trascendentale”, della costituzione dell’oggetto dell’esperienza, della “oggettività fenomenica”, dei giudizi sintetici a priori rimanda bene al problema della possibilità di inquadrare “sempre e comunque” il “materiale sensibile” in un “ordine temporale oggettivo”. Per Kant il soggetto conoscente sembrerebbe sempre e comunque “tendere” ad ordinare oggettivamente nel tempo la “materia” della nostra conoscenza. Per Kant “formalmente” appare sempre possibile inquadrare il materiale sensibile in un ordine temporale oggettivo dei fenomeni differente dall’ordine temporale soggettivo della mera “apprensione”.

Grande “sintesi” delle discussioni precedenti appare bene la “critica neoempiristica al sintetico a priori di Kant” alla luce degli “sviluppi scientifici”.

Dalle “geometrie non-euclidee” alla “meccanica quantistica” per la “teoria della relatività” lo svolgimento storico della scienza sembrava segnare la “crisi” dell’idea kantiana di una “sintesi a priori”: la stessa costruzione di sistemi geometrici alternativi alla geometria euclidea aveva posto la questione della geometria valida del mondo fisico; la teoria generale della relatività aveva poi applicato la geometria non euclidea “ellittica” alla fisica; la teoria fisica dei “quanti” mostrava infine i limiti del “determinismo”.

Per Kant “formalmente” l’intelletto umano era il “legislatore della natura”. Formalmente Kant poteva così affermare la “uniformità della natura” o conformità della natura a leggi. Per Kant valeva quindi il “principio di causalità” che “ogni evento deve avere una causa”, e “validità formale” aveva il “principio di induzione” che presiede alla generalizzazione e convinzione della conformità del futuro al passato.

Mettendo in discussione la validità apodittica universale e necessaria dei “formali” principi sintetici a priori di Kant lo svolgimento storico della scienza sembrava corroborar una “interpretazione empiristica” della conoscenza. Pur affermando il carattere contingente della “sintesi scientifica” il nuovo empirismo non poteva non recepir la lezione di Kant. Immanuel Kant era così ben presente agli empiristi logici. L’Immanuel Kant che con le suggestioni del pensiero matematico e logico, della scienza e della filosofia della scienza in questa maniera opera nel pensiero di Moritz Schlick è ben un Immanuel Kant filtrato attraverso gli sviluppi del pensiero scientifico e della riflessione epistemologica: «La comparsa del termine “epistemologia” prodottasi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento nelle lingue inglese e francese non è casuale ed indica l’emergere di una nuova specializzazione filosofica, conseguente al salto di qualità realizzatosi nelle scienze, a partire dall’affermazione delle geometrie non euclidee, della teoria degli insiemi e della logica formale in matematica, della teoria della relatività e della meccanica quantistica in fisica, della genetica e della biologia molecolare in biologia; l’epistemologia mette in gioco insieme le competenze degli scienziati militanti e quelle dei filosofi della scienza, configurandosi come una svolta critica nella storia del pensiero scientifico e filosofico che riformula radicalmente le questioni canoniche della filosofia della scienza»[2].

Dalla sintesi chimica organica all’ingegneria genetica il meccanicismo metodologico scientifico del modello teorico meccanico appare ben aver attraversato la crisi del meccanicismo metafisico dogmatico e confermare tutta la sua produttività; la stessa coscienza dei limiti del determinismo rigido non comporta certo la rinuncia alle spiegazioni e previsioni scientifiche.

Filosoficamente significativo appare bene lo sviluppo scientifico contemporaneo della logica matematica. Dall’algebra della logica alla semantica per classi ed insiemi, predicati e relazioni, assiomatica e dimostrazione, deduzione e induzione, completezza e incompletezza, decidibilità e indecidibilità collo strumento intellettuale simbolico logistico la matematizzazione della logica contemporanea ha promosso la comprensione del pensiero logico, matematico, formale, razionale.

[1] Immanuel Kant, Critica della ragion pura (1781), Utet 2005 (a cura di Pietro Chiodi), pp. 155-156.

[2] Gaspare Polizzi (a cura di), Einstein e i filosofi, Medusa 2009, pp. 7-8.