Modernità ed antimodernità

Dobbiamo scegliere tra la difesa degli aspetti migliori della tradizione culturale occidentale, che includono la razionalità e la tolleranza, ed un totale relativismo culturale che dia spazio, con la diffusione dell’irrazionalismo, anche ad integralismi e razzismi. Nel primo caso la scuola è essenziale. Nel secondo dobbiamo farne a meno

Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola? (1998), Feltrinelli 2005, p. 41

Motivo centrale della questione della modernità appare la necessità di distinguere la razionalità scientifica dal suo utilizzo: pare si possan considerare gli sviluppi tecnico-scientifici una “degenerazione” della civiltà umana. Antimodernità è così naturalmente “antiscientificità”: la critica appare rivolta direttamente alla scienza in quanto incapace di attingere un “sapere più profondo”.

Nel suo La nascita della scienza moderna in Europa del 1997 Paolo Rossi rileva l’inadeguatezza delle critiche contemporanee alla modernità e la subordinazione di scienza e tecnica a finalità etiche nei protagonisti della Rivoluzione scientifica: «Innumerevoli filosofi, divulgatori e giornalisti del nostro tempo hanno collocato tutta la modernità sotto il segno di una pericolosa ed inaccettabile esaltazione della tecnica e hanno visto in Francesco Bacone il padre spirituale del “tecnicismo neutro’’ che sarebbe alla fonte dei processi di alienazione e mercificazione tipici della modernità. E’ vero esattamente il contrario… Per gli esponenti della Rivoluzione scientifica la restaurazione del potere umano sulla natura e l’avanzamento del sapere hanno valore solo se realizzati in un più ampio contesto che concerne la religione, la morale, la politica. La “teocrazia universale’’ di Tommaso Campanella, la “carità’’ di Francesco Bacone, il “cristianesimo universale’’ di Leibniz, la “pace universale’’ di Comenio non sono separabili dai loro interessi e dai loro entusiasmi per la nuova scienza. Costituiscono altrettanti ambiti entro i quali il sapere scientifico e tecnico deve operare per funzionare come strumento di riscatto e di liberazione. Per Bacone e per Boyle, come per Galilei, Cartesio, Keplero, Leibniz e Newton, la volontà umana ed il desiderio di dominio non costituiscono il principio più alto. La natura è, contemporaneamente, oggetto di dominio e di reverenza. Essa va “torturata’’ e piegata a servizio dell’uomo, ma essa è anche “il libro di Dio’’ che va letto in spirito di umiltà»[1].

Il complesso “movimento scientifico” da Copernico a Newton appare alle “origini” della “modernità”. Scrive Paolo Rossi: «Nell’età compresa fra il De revolutionibus di Copernico ed i Principia di Newton giunsero a maturazione idee e temi che sono inestricabilmente connessi alla “scienza” e che consentono di accentuare gli elementi di discontinuità con le età precedenti, di farci rendere conto che nacquero allora alcuni fra gli elementi decisivi ed essenziali di ciò che siamo soliti chiamare modernità»[2]. Se risultano riconducibili non ai rapporti socio-economici della civiltà ma alla scienza ed alla tecnica medesime i “risvolti inumani” del “mondo moderno” appaiono così imputabili ai protagonisti della Rivoluzione scientifica con cui nasce la scienza moderna. Dopo aver rilevato la presa di posizione di Sigmund Freud a favore della “ragione” Paolo Rossi chiude l’introduzione Il processo a Galilei nel secolo XX al suo libro La scienza e la filosofia dei moderni. Aspetti della Rivoluzione scientifica del 1989 sottolineando l’inadeguata riduzione della critica del “socialmente” negativo alla umanamente inadeguata critica alla “ragione”: «… la voce dell’intelletto è bassa, ma non tace finché non ha trovato ascolto… nel corso del lungo “processo a Galilei”, che ha caratterizzato tanta parte della cultura del Novecento, Jacob Boehme, Roberto Bellarmino e Paracelso, i maghi, gli alchimisti e gli sciamani sono andati ad occupare il posto di Bacone, di Galilei, di Diderot. Sono diventati i nuovi “eroi del pensiero” e i simboli della modernità. Ma la critica “globale” alla  tecnica ed alla industria moderna che si risolve in un rifiuto della scienza e dell’intelletto non ha in sé nulla di rivoluzionario. Rappresenta solo il riaffiorare nella cultura europea dei vecchi temi dell’arcaismo, della nostalgia del nulla, della tentazione del non umano. Non la religione come illusione, ma la scienza come illusione: la rivolta contro la ragione è diventata il trionfo dell’istinto di morte. Quel rifiuto è solo il segno di un desiderio di autodistruzione, di un impulso cieco a cancellare la propria storia, di una fuga dalle scelte e dalle responsabilità del mondo reale»[3].

In Paragone degli ingegni moderni e postmoderni del 1989 Paolo Rossi ravvisa la modernità “postmodernamente” configurarsi: «1) come la età di una ragione forte che costruisce spiegazioni totalizzanti del mondo e che è dominata dall’idea di uno sviluppo storico del pensiero come incessante e progressiva illuminazione; 2) come l’età dell’ordine nomologico della ragione e di una sua struttura monolitica ed unificante; 3) come l’età della appropriazione e riappropriazione dei fondamenti o come l’età del pensiero inteso come accesso al fondamento; 4) come l’età della autolegittimazione del sapere scientifico e della piena e totale coincidenza fra verità ed emancipazione; 5) come l’età del tempo lineare, caratterizzata dal “superamento”, ovvero dalla novità che invecchia ed è rapidamente sostituita da una novità più nuova; 6) come l’età dominata dalla persuasione della positività dello sviluppo e della crescita tecnologica intesi come progetti capaci di previsione totale e di totale dominio»[4]. Parlando di «idòla… [o] false immagini della modernità»[5] Rossi pone l’accento sulla inesattezza della “rappresentazione postmoderna” della “modernità”. La “immagine postmoderna” della modernità è per Rossi una immagine riduttiva: Rossi rileva la piena consapevolezza critica da parte dei “moderni” dei limiti e del carattere problematico della “ragione”.

La questione della modernità e dell’antimodernità sembra ricondurre alla questione dell’accettazione del carattere “umano” della ragione: la critica alla “ragione” pare non doversi necessariamente tradurre in un rifiuto della ragione. Pure la ragione sembra avere i propri valori: «… i moderni affermano la loro “modernità” in nome dei valori tipici della cultura scientifica»[6]. Strumento e valore, mezzo e fine la ragione appare “umanamente” irrinunciabile. I limiti della nostra ragione appaiono semplicemente i nostri umani limiti. La soggettività umana sembra così non opporsi alla “oggettività” della “ragione scientifica”, lo spirito umano alla natura. Tutte le perplessità sul “progresso” e tutti i motivi di pessimismo non sembrano dover far dimenticare gli aspetti ed i lati positivi della civiltà. Tutta la “problematicità” della civiltà non pare doverci far “rimpiangere” la “natura”. Il carattere tecnico-scientifico non sembra dover portare a non riconoscere che la ragione è dialogo, tolleranza, umanità. La civiltà appare problematica proprio nella misura in cui viene meno la ragione: nella misura in cui l’uomo anziché tendere la mano volta le spalle all’uomo.

[1] Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (1997), Laterza 2000, pp. 52-54.

[2] Paolo Rossi, Sulle rivoluzioni e sui classici (nella scienza), in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, pp. 70-71.

[3] Paolo Rossi, La scienza e la filosofia dei moderni. Aspetti della Rivoluzione scientifica (1971), Boringhieri 1989, pp. 23-24.

[4] Paolo Rossi, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Il Mulino 1989, p. 39.

[5] Rossi, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, p. 40.

[6] Giulio Preti, Retorica e logica. Le due culture (1968), Einaudi 1974, p. 61.