Dante e il superamento del Medioevo

Il culmine dell’età medievale coincide con il suo incipiente superamento: «La più alta sintesi del pensiero medievale si trova forse nelle opere di Dante (1265-1321). In realtà, all’epoca in cui Dante scrisse la Divina Commedia, il Medioevo stava cominciando a dissolversi. Abbiamo qui la rappresentazione di un mondo che aveva superato la propria giovinezza, guardava indietro al gran risveglio aristotelico dell’Aquinate ed era sconvolto dalle lotte di fazione tra Guelfi e Ghibellini nelle città-stato italiane. Dante, è evidente, aveva letto le opere del dottore angelico. Era anche informato dell’attività culturale generale dell’epoca e della cultura classica della Grecia e di Roma, nella misura in cui allora era nota. La Divina Commedia è un viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, ma nel corso di esso ci viene offerto un compendio del pensiero medievale, sotto forma di digressioni e di allusioni… Ghibellino nell’anima, Dante ammirava l’imperatore Federico II, il quale per la sua ampia visione e per i suoi fondamenti culturali rappresentava un esempio ideale di quello che doveva essere un imperatore secondo i desideri del poeta. Dante appartiene al manipolo dei massimi geni della letteratura occidentale. Ma questo non è il suo unico titolo di merito. Tra l’altro, trasformò la lingua volgare in uno strumento letterario universale, in grado di trascendere per la prima volta le variazioni dei dialetti locali… Gli inizi della poesia in italiano risalgono a Pier delle Vigne, ministro di Federico II. Traendo quel che gli sembrava il meglio da numerosi dialetti, Dante costruì intorno al suo toscano nativo la lingua letteraria dell’Italia moderna. Più o meno nello stesso periodo, la lingua volgare si sviluppò in Francia, in Germania e in Inghilterra. Chaucer visse poco dopo Dante. La lingua colta, però, rimase per parecchio tempo il latino. Il primo filosofo che scrisse nella lingua nativa fu Renato Cartesio, e soltanto   occasionalmente. Il latino poi declinò gradualmente finché, al principio del diciannovesimo secolo, scomparve come mezzo di comunicazione tra  le persone colte»[1].

[1] Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente (1959), Longanesi 1961, pp. 164-165.