Il pensiero arabo ed ebraico nel Medioevo

L’avvenimento culturale più significativo tra la seconda metà del XII e l’inizio del XIII secolo è la robusta penetrazione in Occidente delle dottrine filosofiche e scientifiche greche, arabe ed ebraiche.

Il cuore culturale greco antico si riproponeva al mondo occidentale del Medioevo nella veste della civiltà musulmana: la civiltà araba si faceva – diceva Giulio Preti – «soffio vivificatore della morente civiltà europea». Così – ha annotato Jacques Le Goff – «all’inizio dello VIII secolo la grande ondata della conquista araba raggiunse la Europa occidentale… l’Islam [fa] della Spagna il prolungamento del mondo musulmano asiatico-africano… Nel Medioevo, attraverso la Spagna e la Sicilia giunsero in Europa le tecniche, le scienze, la filosofia che gli arabi avevano ereditato dai Greci, dagli Indiani, dai Persiani, dagli Egiziani, dagli Ebrei. Questi apporti permisero all’Europa occidentale, che seppe assimilarli, adattarli, ricrearli e trovare in se stessa altre risorse, di realizzare lo straordinario sviluppo che nel Medioevo le permise di superare la potenza e di eguagliare la civiltà delle grandi aree politico-culturali cinese, indiana, musulmana e bizantina».

La formazione della base greca e classica ed ellenistica della cultura araba richiedeva la traduzione del patrimonio filosofico-scientifico occidentale antico. Giulio Preti richiamava la capacità dei pensatori musulmani di innestare nel tronco greco o greco-ellenistico eterogenei contenuti asiatici esser la radice della civiltà islamica. La disponibilità della grande produzione intellettuale ellenica e quindi la guida del pensiero e della razionalità appunto dei Greci portarono in questo modo all’elaborazione del sapere arabo. La traduzione dall’arabo delle opere greche e dei contributi culturali arabi poté così rilanciare la mente europea medioevale.

Giulio Preti rilevava il maggiore contributo scientifico arabo nella matematica: base della matematica musulmana erano gli Elementi geometrici di Euclide di Alessandria; sono i commentatori islamici di Euclide gli iniziatori medioevali della critica al quinto postulato euclideo delle parallele dalla quale più tardi si giungerà alle geometrie non-euclidee. La traduzione dall’arabo in latino degli Elementi di geometria di Euclide condotta da Adelardo di Bath (1070-1160) intorno al 1120 può ben considerarsi il simbolo della reale rinascita culturale, intellettuale, scientifica medievale del XII secolo.

La critica matematico-geometrica araba medioevale al V postulato degli Elementi di Euclide di Alessandria o postulato delle parallele o dell’unicità della parallela o semplicemente postulato di Euclide è rappresentata da Nasir ed Din (1201-1274). Nel XIII secolo Nasir ed Din deduceva il postulato di Euclide muovendo da un’ipotesi dalla quale può logicamente derivarsi che la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a due angoli retti ovverosia a 180°: l’idea è di dimostrare il 5° postulato di Euclide quale teorema di una geometria che non abbia tra gli assiomi lo stesso postulato euclideo delle parallele, che sia in questo senso una geometria non euclidea; il postulato dell’unicità della retta parallela ad una retta per un punto esterno è effettivamente indipendente dagli altri quattro assiomi degli Elementi geometrici euclidei e dunque dai primi quattro postulati di Euclide non deducibile, e se non è evidente come i primi quattro il V assioma euclideo è ben derivabile da una ipotesi equivalente di non maggiore evidenza.

Della matematica greca antica gli arabi non si limitavano ad Euclide: «conoscevano, e avevano tradotto, i lavori di Archimede, Apollonio, Pappo ed altri geometri» (Giulio Preti). Della matematica gli arabi non si limitavano alla geometria: «l’aspetto più originale della loro matematica è costituito dalla aritmetica-algebra» (Preti). Gli inglesi Adelardo di Bath e Roberto di Chester (1110-1160) traducono dall’arabo in latino le opere di al-Khuwarizmi detto Algorithmus (780-850): se alla latinizzazione “algorithmus” del nome risale “algoritmo” per “procedimento di calcolo”, da “al-giabr” del titolo di un libro di Al Khuwarizmi proviene il termine algebra: e, col nostro uso attuale del sistema numerico posizionale decimale delle cifre indo-arabiche 0-9, all’aritmetica-algebra mira l’interesse matematico di Al Khuwarizmi. Dalla aritmetica alla geometria, dalla algebra ben alla trigonometria la matematica araba valorizzava la gran piattaforma scientifica greca antica: traduzioni, versioni, interpretazioni proponevano all’Europa medioevale la valorizzazione araba della matematica greca.

Greca è la fisica araba: nell’ottica «le teorie restano quelle dell’ottica greca» (Giulio Preti); dell’ottica araba Gerardo da Cremona (1114-1187) traduce il De aspectibus di Al Kindi (813-880) e noto è il Tesoro dell’ottica di Alhazen (965-1039), il quale «prova per via sperimentale che il rapporto tra angolo di incidenza e angolo di rifrazione non è costante» (Preti).

La considerazione astronomica araba di Claudio Tolomeo ne rese La grandissima raccolta matematica dell’astronomia “La grandissima” per eccellenza: dunque, “grandissima” è in greco “meghìste”; “meghìste” fu arabizzato in “al maghesto”, e in questo modo la raccolta di Tolomeo divenne l’Almagesto. «Gli arabi ricercarono con avidità e tradussero l’Almagesto di Tolomeo… accettandone nel complesso le dottrine fondamentali» (Giulio Preti).

Caratteristico della cultura araba fu l’interesse per la alchimia: «Fu proprio tramite il mondo arabo che l’alchimia penetrò in Europa durante il Medioevo» (Marco Ciardi, Breve storia delle teorie della materia, Carocci 2003). Il legame dell’alchimia araba con la chimica è già nei nomi: l’arabo “alchimia” premette l’articolo “al” alla parola “chimia”; arabi sono poi i termini alchemico-chimici alambicco, alcali, alcol. Scriveva Giulio Preti: «Gli arabi fondono l’alchimia dei metalli, appresa in Egitto, con l’alchimia medica cinese, giunta loro attraverso le vie dell’Oriente: la ricerca della pietra filosofale, cioè di una tecnica per trasmutare i metalli in oro, con quella della panacea, vale a dire di una medicina atta a guarire tutti i mali e ad assicurare una perpetua giovinezza» (Storia del pensiero scientifico, Mondadori 1975, p. 102). Gli alchimisti miravano a pietra filosofale, elisir di lunga vita, panacea: a «una presunta sostanza dotata del potere di trasformare i metalli vili (piombo, stagno, rame, ferro e mercurio) nei metalli preziosi (oro e argento), ma capace anche di donare all’uomo l’immortalità» (Ciardi 2003, p. 19); l’alchimia araba si configurava in questo senso sapere operativo.

Con l’alchimia naturalmente farmacologia e medicina: «alchimisti furono, o almeno furono reputati, tutti i grandi medici arabi» (Giulio Preti). Di medicina scrisse anche lo stesso Averroè; e soprattutto «grandissimo medico galenico» fu l’arabo-persiano Avicenna, «la cui monumentale enciclopedia medica intitolata Canone dominerà la scienza medica del tardo Medioevo e della prima età moderna dal secolo XII fino quasi al XVII» (Preti). Oltre Galeno e Avicenna il pure arabo-persiano medievale Annafis «già nel XIII secolo, precorrendo di tre secoli il Serveto, aveva scoperto… la “piccola circolazione” del sangue» (Preti), la circolazione sanguigna polmonare.

Dopo la chiusura nel 529 delle scuole d’Atene da parte di Giustiniano il patrimonio della cultura classica passava nelle scuole siriache e nelle scuole mesopotamiche. Con la conquista della Siria e della Mesopotamia gli arabi entrano in questo modo in contatto con la cultura siriaca: ne incomincia l’assimilazione, e le opere più valorizzate sono quelle di Aristotele; l’Aristotele siriaco è un Aristotele neoplatonico; la acquisizione e la utilizzazione di questo patrimonio culturale porta quindi ad uno scontro tra dialettici e antidialettici nella stessa cultura islamica.

I pensatori arabi più importanti sono Avicenna (980-1037) e Averroè (1126-1198). Avicenna riprende la distinzione di Al Farabi (870-950) tra essere necessario ed essere possibile, ma in linea coll’emanatismo neoplatonico alla affermazione di Al Farabi della libertà dell’atto alla origine del mondo oppone la necessità della produzione divina della realtà; per Avicenna lo aristotelico intelletto possibile appartiene poi al singolo individuo. La concezione emanatistica di Avicenna trova opposizione nello scettico fideista difensore dell’ortodossia islamica Al Gazali (1058-1111). Ad Al Gazali risponde Averroè distinguendo filosofia e religione e affermando la compatibilità di ragione e fede; Averroè si contrappone pure all’emanatismo di Avicenna e asserisce la unicità e la separazione dell’intelletto possibile.

Peso sulla riflessione medievale ha pure lo stesso pensiero ebraico: filosofia ortodossa, la filosofia ebraica influisce bene sulla teologia medioevale.

I pensatori ebraici più rilevanti sono Avicebron (1020-1070) e Mosè Maimonide (1135-1204). Autore del Fons vitae Avicebron vuole armonizzare emanatismo neoplatonico e dottrina della creazione del mondo quale libero atto della volontà divina. Tra gli stessi ebraici un Giuda Levita (1075-1140) è contrario alla contaminatio filosofica delle dottrine della Sacra Scrittura. Con la propria Guida dei perplessi Mosè Maimonide afferma invece la necessità di mostrare l’accordo di fede e ragione: il tentativo di Mosè Maimonide di combinare aristotelismo neoplatonico arabo e dottrine religiose ha influenza sullo stesso San Tommaso.