Nietzsche e Schopenhauer. Da “L’ultimo Nietzsche e le tre grandi questioni. Riflessioni su una filosofia della vita” di Matteo Martini

Vorrei fare adesso alcune brevi riflessioni sul rapporto fra Nietzsche e Schopenhauer. Come è noto, il filosofo su cui stiamo riflettendo deve molto a Schopenhauer, ed egli non lo nega; afferma: «Chi ha preparato la mia via: Schopenhauer»[1].

Per quanto riguarda le filosofie elaborate da questi due pensatori, mi sembra corretta l’analisi di Hans Vaihinger, della quale riferisce Giorgio Penzo nel suo Nietzsche e il nazismo:

La dottrina di Nietzsche non sarebbe altro che la stessa dottrina di Schopenhauer, letta però in modo positivo. In altre parole, la dottrina di Nietzsche si rivelerebbe come uno schopenhauerismo capovolto.[2]

Questa interpretazione trova conferma nell’analisi di Georg Simmel, di cui parla ancora Penzo:

Così, se per Schopenhauer il fine ultimo si precisa nell’atto di annullare la vita, in quanto viene soppressa la volontà di vivere, per Nietzsche il fine ultimo si precisa nell’atto di una affermazione della vita, in quanto si proclama la volontà di vivere. In fondo, tutti e due i filosofi sottolineano la dimensione della volontà.[3]

Ora, Nietzsche parte dall’assunto che la “verità” è un qualcosa che deve essere creato, ossia è un’interpretazione che ognuno può dare; secondo Schopenhauer la “volontà di vita” (che in Nietzsche diventa “volontà di potenza”, ma evidentemente le due definizioni si riferiscono a qualcosa di molto simile) è fonte di sofferenza, e quindi per evitare questa sofferenza essa deve essere repressa, mentre per Nietzsche, al contrario, non solo non va repressa, ma anzi deve essere assecondata; per Nietzsche, infatti, un uomo ben riuscito non solo non evita la sofferenza, ma anzi la cerca e addirittura la sente come un piacere; osserva:

Sono gli spiriti eroici quelli che dicono di a se stessi nella crudeltà tragica: questi sono abbastanza duri per sentire come piacere la sofferenza.[4]

Come dicevo, Nietzsche asserisce che la verità deve essere creata, e un esempio di tale concetto lo possiamo trovare proprio riflettendo sul rapporto tra la filosofia di Nietzsche e quella di Schopenhauer. Abbiamo detto che Schopenhauer ritiene che quella che lui chiama “volontà di vita” è fonte di grande sofferenza per ogni uomo, e quindi il pensatore di Danzica ritiene necessario affrancarsi da tale volontà attraverso tre strade, ossia l’arte, l’etica e l’ascesi; Nietzsche, al contrario, ritiene che proprio l’assecondare questa volontà, nonostante ciò comporti una grande sofferenza, conferisce all’esistenza un valore maggiore, in quanto la rende più piena e degna di essere vissuta.

Entrambi i filosofi sono quindi d’accordo sul fatto che il continuo ed incessante anelare a un qualcosa, che è tipico della natura umana, sia fonte di sofferenza (e questa è una verità oggettiva), ma l’uno consiglia di reprimere tale volontà, mentre l’altro, per i motivi che abbiamo visto, ritiene più onorevole assecondarla; ebbene, io credo che non sarebbe corretto dire che una di queste due opinioni è “vera” e l’altra è “falsa”, in quanto sono due visioni contrarie ma che hanno entrambe una loro fondatezza. Semmai si potrà dire che una scaturisce dal rifiuto di un aspetto fondamentale dell’esistenza, il che, forse, è un sintomo di debolezza, mentre l’altra scaturisce da un’eroica accettazione della vita e di tutti i suoi aspetti, anche i più dolorosi.

Quindi, se ponessimo come criterio della verità il fatto di accettare la vita più o meno coraggiosamente, allora potremmo dire che Nietzsche ha “ragione” e Schopenhauer ha “torto”; tuttavia, come abbiamo detto, i due filosofi propugnano due diversi modi di rapportarsi con la vita che sono entrambi legittimi, e quindi non sarebbe corretto dire che uno sbaglia e l’altro ha ragione.

Tali riflessioni, infatti, escono dalla mente di due persone diverse, che vivevano e pensavano in modi diversi, ed ecco allora che Nietzsche sbaglia quando dice «Lo scandaloso malinteso di Schopenhauer, che scambia l’arte per un ponte verso la negazione della vita».[5] Nietzsche sbaglia, a mio avviso, perché non si tratta di un “malinteso”; semplicemente Schopenhauer, a differenza di Nietzsche, quando fruiva dell’arte avvertiva una soppressione della volontà, mentre Nietzsche, al contrario, per la sua natura che evidentemente era diversa da quella di Schopenhauer, nella fruizione dell’arte riscontrava una spinta verso l’accettazione della vita, finanche nei suoi aspetti più spiacevoli.

Ci sono poi, a differenza del caso appena citato, situazioni in cui la verità non è qualcosa che va creato, ma che va scoperto. Esempio: Schopenhauer afferma che quando due individui decidono di procreare lo fanno spinti dalla “volontà di vivere” della specie, che li induce ad affrontare qualsiasi sacrificio pur di conseguire lo scopo, ossia, appunto, procreare; afferma:

In definitiva, ciò che dunque con tanta esclusività e con tanta forza attira l’un verso l’altro due individui di sesso diverso è la volontà di vivere di tutta la specie.[6]

Nietzsche, invece, ritiene che l’istinto sessuale sia la conseguenza del desiderio di potenza dell’individuo e non, come vuole Schopenhauer, la conseguenza del desiderio della specie di non estinguersi; dice:

Contro la teoria secondo cui il singolo individuo si propone il vantaggio del genere, della posterità, a spese del suo vantaggio: questa è solo apparenza. L’enorme importanza che l’individuo attribuisce all’istinto sessuale non è una conseguenza dell’importanza di quell’istinto per la specie: al contrario, il generare è la prestazione propria dell’individuo e quindi il suo interesse supremo, la sua più alta espressione di potenza.[7]

In questo caso, dunque, siamo di fronte a opinioni, opinioni che difficilmente potranno trovare conferma in un senso o nell’altro.

Quello su cui è possibile fornire un’opinione, invece, è la celebre constatazione schopenhaueriana che la vita dell’uomo «oscilla come un pendolo, di qua e di là tra il dolore e la noia»; io credo, invece, che tale affermazione non sia del tutto esatta, poiché quando riusciamo a raggiungere quello a cui si ambisce, alla sofferenza (che innegabilmente accompagna lo sforzo volitivo) non subentra la noia, bensì una gradevole sensazione di appagamento, che in effetti dura poco ma che ripaga della fatica e, appunto, della sofferenza.

In ogni caso, Nietzsche e Schopenhauer sono due pensatori per molti versi simili, due pensatori che hanno dedicato molte energie alla riflessione sugli aspetti quotidiani dell’esistenza, e che hanno partorito due filosofie che trasudano vita quasi da ogni pagina.

[1] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 463.

[2] G. Penzo, Nietzsche e il nazismo, il tramonto del mito del super-uomo, Rusconi, Milano 1997, p. 97.

[3] Ivi, p. 123.

[4] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 852.

[5] Ivi, af. 812.

[6] A. Schopenhauer, Metafisica dell’amore sessuale, Bur, Milano 1994, p. 75.

[7] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 680.