Considerazioni storico-filosofiche sul pensiero di Immanuel Kant

… i più grandi sistemi della storia della filosofia, cioè quelli che ne hanno messi in moto altri e che hanno esercitato una durevole influenza, sono tutti nati da una riflessione sulle scoperte scientifiche dei loro stessi autori o su di una rivoluzione scientifica contemporanea o immediatamente anteriore alla loro epoca: così fu… per Kant con la scienza newtoniana e le sue generalizzazioni

Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, pp. 59-60

Sembra geneticamente evidente che ogni costruzione elaborata dal soggetto supponga condizioni interne preliminari, ed a questo riguardo Kant aveva ragione. Solamente, le sue forme a priori erano veramente troppo ricche… a voler raggiungere un a priori autentico, si deve ridurre sempre più la “comprensione” delle strutture iniziali… al limite, ciò che sussiste a titolo di necessità preliminare si riduce al solo funzionamento: infatti, è questo che costituisce l’origine delle strutturazioni… questo apriorismo funzionale non esclude affatto ma richiede una costruzione continua di novità

Jean Piaget, L’epistemologia genetica (1970), Laterza 1971, p. 116

Se è valida una certa interpretazione degli assai problematici appunti concernenti il passaggio dalla metafisica alla fisica che vanno sotto il nome di Opus postumum, sembra che Kant dotasse l’intelletto non solo di un certo apparato categoriale, ma anche della capacità di «inventare» liberamente dei costrutti concettuali non direttamente dati nell’esperienza sensibile. Ed in un passo assai sorprendente di tale opera egli giudica «dannosa» per una corretta fondazione della scienza la possibilità che le affermazioni proprie della fisica possano mescolarsi con i principi metafisici della scienza della natura ed insinuarsi nel sistema di tali principi; infatti, se ciò si verificasse, i principi a priori e quelli empirici «potrebbero contaminarsi, o elevare pretese gli uni contro gli altri». Parole davvero profetiche, perché anticipano ciò che è avvenuto e che Kant paventava. L’intelletto ha utilizzato le sue libere costruzioni concettuali, come per esempio la nozione di corpo rigido alla base della misurazione, per rivolgere l’esperienza contro una delle forme a priori della conoscenza, la geometria euclidea

Paolo Parrini, Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia positiva, Laterza 1995, p. 134

Rispetto al pensiero di Immanuel Kant si parla di “filosofia trascendentale”. Scrive Kant nella Introduzione della sua grande Critica della ragion pura: «Chiamo “trascendentale” ogni conoscenza che in generale si occupa non tanto di oggetti, quanto invece del nostro modo di conoscere gli oggetti, nel senso che tale modo di conoscenza deve essere possibile a priori»[1]. Nella definizione kantiana “trascendentale” è anzitutto lo studio delle “forme” a priori della conoscenza umana. Le forme “a priori” o “pure” della nostra “ragione” sono per Kant presupposto della “esperienza”.

In linea con il “criticismo” di John Locke Immanuel Kant procede ad una “critica” della nostra “capacità conoscitiva”: la kantiana “critica della ragione pura” è intesa alla determinazione di “possibilità e limiti” della umana facoltà di conoscere. Il senso della “filosofia critica” o “criticismo” di Kant è la “istanza critica” della ragione umana: la ragione avverte l’esigenza di esaminare se stessa per chiarire il proprio “potere teoretico”: Kant vuol far chiarezza sulla nostra potenzialità conoscitiva. E’ per Kant la pretesa speculativa metafisica della ragione umana di oltrepassare i limiti della “esperienza possibile” a giustificare un’analisi del nostro potere conoscitivo.

La riflessione sulla conoscenza porta Immanuel Kant a rilevare la centralità della “ragione pura” nella “costituzione” dello “oggetto della esperienza”.

Annotava Hans Reichenbach:

Mi sembra… che la scoperta dell’elemento costitutivo rappresenti un risultato filosofico così eminente che non si dovrebbe separare da esso il nome di Kant. In questa scoperta sta la superiorità di Kant rispetto a Hume, poiché quest’ultimo non seppe cosa fare della scoperta nella conoscenza di principi non empirici e li poté caratterizzare soltanto come «abitudine»[2].

Rispetto alle “forme pure” della nostra “ragione” nello “a priori” di Immanuel Kant Hans Reichenbach distingueva “carattere costitutivo” e “carattere apodittico”.

Al carattere apodittico di “universalità e necessità” delle forme pure della nostra ragione si lega bene in Immanuel Kant la questione della possibilità di “giudizi sintetici a priori”. Secondo la “deduzione trascendentale” il problema dei giudizi sintetici a priori rimanda pure kantianamente al problema della “applicabilità” dei “concetti puri dell’intelletto” o “categorie” al “materiale sensibile”, al problema se le categorie intellettuali siano a priori valide degli oggetti dell’esperienza.

E’ rispetto alla “validità oggettiva” delle forme pure del conoscere che in Immanuel Kant entra in gioco il carattere costitutivo dello “a priori”. E’ il “ruolo costitutivo” delle forme pure del conoscere rispetto allo stesso “oggetto” che in Kant rende ragione della possibilità di giudizi sintetici a priori.

Nella conoscenza umana Immanuel Kant distingue bene la “materia” delle sensazioni dateci e le “forme” della nostra ricettiva sensibile e spontanea intellettiva e razionale ragione facoltà cognitiva. Conoscenza è pure per definizione “sapere oggettivo” che si riferisce ad una “realtà oggettiva”, ad un “mondo” di “oggetti”: la filosofia critico-trascendentale di Kant pone la questione della “oggettività”. Kant riconduce la conoscenza alla costituzione dell’oggetto di esperienza: la realtà oggettiva “si forma” in una attività costitutiva del soggetto conoscente. Kant rileva i presupposti, le assunzioni del soggetto della conoscenza: «… le condizioni della possibilità dell’esperienza in generale sono contemporaneamente condizioni della possibilità degli oggetti dell’esperienza»[3]. Kant affronta così la questione della oggettività e della costituzione dell’oggetto d’esperienza. Presupposto del costituirsi dell’oggetto è kantianamente un inquadramento oggettivo, un ordinamento della materia sensibile della conoscenza secondo le forme della nostra ragion pura.

Forme pure della sensibilità lo spazio ed il tempo sono per Immanuel Kant condizioni della nostra percezione o “intuizione sensibile”: percepiamo oggetti spazializzando e/o temporalizzando i “fenomeni” datici sensibilmente. Immediatamente costitutivi lo spazio e il tempo hanno kantianamente validità oggettiva “automatica”: “costituendo” l’oggetto dell’esperienza le due pure forme spazio e tempo della nostra sensibilità non possono non valere a priori degli oggetti d’esperienza. Riferibili agli oggetti della esperienza i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo son kantianamente giudizi sintetici a priori: inquadrando il molteplice materiale sensibile del conoscere spazio e tempo sono condizioni formali pure della nostra percezione sensibile costitutive degli oggetti d’esperienza; però essendone costitutivi spazio e tempo sono altresì validi degli oggetti dell’esperienza; i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo rappresentano così effettiva conoscenza della “realtà oggettiva” o “mondo fenomenico” e sono quindi giudizi sintetici, ma riconducendo alle inesorabili condizioni formali pure della umana percezione sensibile costituiscono inoltre un “universale e necessario” sapere degli oggetti dell’esperienza indipendente dall’esperienza e sono dunque anche giudizi a priori.

Nella spiegazione della conoscenza e degli “universali e necessari” giudizi sintetici a priori il grande problema di Kant è ben la “giustificazione” della validità oggettiva delle “spontanee” forme pure dell’intelletto: rispetto alle “ricettive” forme spazio e tempo della intuizione sensibile per i concetti puri dell’intelletto o categorie si impone una “deduzione trascendentale” della pretesa di valere a priori degli oggetti dell’esperienza:

Senza grande fatica ci è stato sopra possibile chiarire come i concetti di spazio e di tempo, pur essendo conoscenze a priori, debbano tuttavia riferirsi necessariamente ad oggetti, rendendo così possibile una loro conoscenza sintetica indipendentemente da ogni esperienza. Infatti, poiché è solo mediante siffatte forme pure della sensibilità che un oggetto può apparirci, cioè essere un oggetto dell’intuizione sensibile, lo spazio ed il tempo sono intuizioni pure che contengono a priori la condizione della possibilità degli oggetti come fenomeni; e la sintesi in essi possiede validità oggettiva.

Le categorie dell’intelletto, al contrario, non costituiscono per noi le condizioni alle quali ci vengono dati degli oggetti nell’intuizione; ci possono quindi ben apparire oggetti senza che debbano necessariamente riferirsi a funzioni dell’intelletto e senza che questo contenga le loro condizioni a priori. Qui emerge dunque una difficoltà che non abbiamo incontrato nel campo della sensibilità: in qual modo, cioè, le condizioni soggettive del pensiero debbano avere una validità oggettiva, ossia ci diano le condizioni della possibilità di ogni conoscenza degli oggetti; infatti, anche senza funzioni dell’intelletto, possono senz’altro esserci dati fenomeni nell’intuizione[4].

Le categorie dell’intelletto puro son da Kant così rilevate “condizioni della possibilità dell’esperienza”. La questione kantiana della “deduzione trascendentale”, della costituzione dell’oggetto dell’esperienza, della “oggettività fenomenica”, dei giudizi sintetici a priori rimanda bene al problema della possibilità di inquadrare “sempre e comunque” il “materiale sensibile” in un “ordine temporale oggettivo”. Per Kant il soggetto conoscente sembrerebbe sempre e comunque “tendere” ad ordinare oggettivamente nel tempo la “materia” della nostra conoscenza. Per Kant “formalmente” appare sempre possibile inquadrare il materiale sensibile in un ordine temporale oggettivo dei fenomeni differente dall’ordine temporale soggettivo della mera “apprensione”.

Storicamente l’idea “razionalistica” di Immanuel Kant che possiamo “anticipare” la “forma” del “mondo” è stata ben produttiva. Grande “sintesi” delle discussioni precedenti appare bene la “critica neoempiristica al sintetico a priori di Kant” alla luce degli “sviluppi scientifici”:

Secondo gli empiristi logici… la gnoseologia kantiana sarebbe stata messa in crisi non dalla comparsa sulla scena filosofica di nuove e più adeguate teorie della conoscenza, bensì dall’evoluzione stessa della conoscenza scientifica, la quale avrebbe mostrato in maniera definitiva l’inesistenza di principi aventi la duplice caratteristica di essere – in quanto (pretese) condizioni di ogni possibile esperienza in generale – non soltanto sintetici, ma anche apoditticamente certi (universali e necessari) […] «La filosofia – ha giustamente osservato una volta Reichenbach – si trova davanti al fatto che la fisica crea nuove categorie non reperibili nei dizionari tradizionali»[5].

Dalle “geometrie non-euclidee” alla “meccanica quantistica” per la “teoria della relatività” lo svolgimento storico della scienza sembrava segnare la “crisi” dell’idea kantiana di una “sintesi a priori”: la stessa costruzione di sistemi geometrici alternativi alla geometria euclidea aveva posto la questione della geometria valida del mondo fisico; la teoria generale della relatività aveva poi applicato la geometria non euclidea “ellittica” alla fisica; la teoria fisica dei “quanti” mostrava infine i limiti del “determinismo”.

Per Kant “formalmente” l’intelletto umano era il “legislatore della natura”. Formalmente Kant poteva così affermar la “uniformità della natura” o conformità della natura a leggi. Per Kant valeva quindi il “principio di causalità” che “ogni evento deve avere una causa”, e “validità formale” aveva il “principio di induzione” che presiede alla generalizzazione ed alla convinzione della conformità del futuro al passato.

Mettendo in discussione la validità apodittica universale e necessaria dei “formali” principi sintetici a priori di Kant lo svolgimento storico della scienza sembrava corroborar una “interpretazione empiristica” della conoscenza. Pur affermando il carattere contingente della “sintesi scientifica” il nuovo empirismo non poteva non recepir la lezione di Kant. Filtrato attraverso gli sviluppi del pensiero scientifico e della riflessione epistemologica Immanuel Kant era così ben presente agli empiristi logici: con le suggestioni del pensiero matematico e logico, della scienza e della filosofia della scienza simil “Kant filtrato” opera nel pensiero di Moritz Schlick.

[1] Immanuel Kant, Critica della ragione pura (1781), Bompiani 1987 (a cura di Giorgio Colli), p. 67.

[2] Paolo Parrini, Linguaggio e teoria. Due saggi d’analisi filosofica, La Nuova Italia 1976, p. 282.

[3] Immanuel Kant, Critica della ragion pura (1781), Utet 2005 (a cura di Pietro Chiodi), p. 203.

[4] Kant, Critica della ragion pura, Utet, pp. 155-156.

[5] Parrini, Linguaggio e teoria, pp. 277-287-288.