L’età umanistico-rinascimentale

Nel loro proprio bel Compendio di storia del pensiero scientifico del 1936 Federigo Enriques e Giorgio Diaz de Santillana rilevavano la radice del Rinascimento nell’anima italiana, la quale a contatto dello spirito antico esoticamente restituitole riscopre il senso della civiltà della quale avverte se stessa legittima erede: «All’inizio del Quattrocento» – annotava Lucio Russo – «un flusso di scritti greci provenienti da Costantinopoli si diresse in Italia (e da qui nel resto dell’Europa), provocando quello che è detto il Rinascimento per antonomasia».

Umanesimo e Rinascimento riportano a due concetti: humanitas e “rinascita”: l’età umanistico-rinascimentale è l’età della rinascita della “humanitas”. Humanitas è civiltà, cultura, istruzione, educazione, formazione: la formazione dell’uomo è ben formazione al pensiero indipendente, alla ragione libera, al giudizio autonomo, alla critica, al lavoro personale, all’impegno e alla ricerca; la formazione così intesa era l’ideale del mondo antico, e l’universo intellettuale antico veramente recuperato diviene il modello umanistico-rinascimentale del sapere. In questo senso – scriveva Eugenio Garin – «il padre verace della nuova devozione per la humanitas classica fu, agli occhi di tutti, il Petrarca». Francesco Petrarca – proseguiva Garin – «si avvicinò alle lettere, agli studia humanitatis, con la consapevolezza del loro significato, del valore che per l’umanità intera aveva una educazione dello spirito condotta nel colloquio assiduo con i grandi maestri del mondo antico. Essi soli, infatti, hanno inteso a pieno che cosa significhi la cultura dell’anima raggiunta attraverso lo studio dei prodotti più alti dello spirito umano».

Passando alla modernità si risolverà la “confusione” di arte e scienza. Si è rilevato come non Leonardo ma Galileo ritrovi la ellenistica via della teoria. Scriveva Paolo Rossi riferendosi ad Alexandre Koyré: «Le domande di Leonardo, ribadiva con forza Koyré, si muovono sempre sul piano del “pensiero tecnico del senso comune”, non giungono mai ad essere teorie… Collocare Leonardo tra i fondatori della scienza moderna vuol dire collocare il suo ritratto in un luogo sbagliato della galleria. Sovrapporre alla sua scienza e alla sua immagine della scienza la nostra immagine non ha giovato se non ad oscurare le questioni». Ludovico Geymonat richiamava però Garin «scorgere nel rigore filologico degli umanisti una forma mentis il cui significato trascenderebbe il campo della letteratura per attingere quello delle scienze… un metodo valido in ogni campo d’indagine».

Scriveva Eugenio Garin: «Innanzi alle sue “miscellanee” Poliziano ha scritto pagine che non costituiscono soltanto una grande lezione di umanità: esse definiscono un metodo valido in ogni campo di indagine. Si capisce, leggendole, perché il Rinascimento non fu solamente tempo di artisti, ma anche di scienziati, di Toscanelli e di Galileo; si capisce perché gli sterili, anche se sottilissimi, dibattiti dei fisici e dei logici medievali si fecero fecondissimi solo dopo la nuova lezione, che pure sembrava così lontana nel suo significato. Si capiscono i medici nuovi usciti dalle scuole di filologia; e, innanzi a quella rigorosissima e, vorrei dire, spietata istanza critica, si capisce il dubbio di Cartesio. E si capisce anche perché, per circa due secoli, la cultura italiana dominasse l’intera Europa, e l’Italia potesse sembrare terra feracissima di innumerevoli ingegni filosofici».

Metodo e coscienza storica concorrono al nuovo spirito filosofico dell’Umanesimo: per Eugenio Garin ragione, motivo della condanna del «significato filosofico dell’umanesimo» è il «sopravvivente amore per una immagine della filosofia che il pensiero del ‘400 costantemente avversò». «Perché» – chiarisce Garin – «ciò di cui si lamenta da tante parti la perdita è proprio quello che gli umanisti vollero distrutto, e cioè la costruzione delle grandi “cattedrali di idee”, delle grandi sistemazioni logico-teologiche: della Filosofia che sussume ogni problema, ogni ricerca al problema teologico, che organizza e chiude ogni possibilità nella trama di un ordine logico prestabilito». L’anima filosofica dell’Umanesimo è antispeculativa, problematica, critica: nella temperie culturale, intellettuale umanistica alla Filosofia con la iniziale maiuscola, Filosofia «che è ignorata nell’età dell’umanesimo come vana e inutile», «si sostituiscono» – conclude Garin – «indagini concrete, definite, precise, nelle due direzioni delle scienze morali (etica, politica, economia, estetica, logica, retorica) e delle scienze della natura che, coltivate iuxta propria principia, al di fuori di ogni vincolo e di ogni auctoritas, hanno in ogni piano quel rigoglio che lo “onesto” ma “ottuso” scolasticismo ignorò».

La dimensione critico-filosofico-filologica e il significato umano della coscienza storica umanistica sono ben delineati da Eugenio Garin. Per Garin «l’atteggiamento assunto di fronte alla cultura del passato, al passato, definisce chiaramente l’essenza dell’umanesimo». Garin rilevava la peculiarità dell’atteggiamento umanistico verso il passato da collocarsi per l’appunto «in una ben definita coscienza storica… Gli umanisti scoprono i classici perché li distaccano da sé… Perciò l’Umanesimo ha veramente scoperto gli antichi… nell’umanesimo la scoperta del mondo antico e quella dell’uomo… furon tutt’uno».

Il senso generale, filosofico della filologia umanistica come apertura all’uomo e alla storia era chiaramente espresso da Eugenio Garin. Per Garin la coscienza storica dell’Umanesimo assunse consistenza con «l’accendersi di una discussione critica innanzi ai documenti del passato che, indipendentemente da ogni risultato specifico, permise di stabilire una nostra distanza rispetto a quel passato: quei settecento anni di tenebre – tanti ne contava Leonardo Bruni – in cui ottenebrato era lo spirito di critica, in cui sembrava affievolita la consapevolezza della storia come farsi umano. Quel punto di crisi si concretò e prese dimensioni precise appunto nella “filologia” umanistica, che è consapevolezza del passato come tale, e visione mondana della realtà e umana spiegazione della storia degli uomini».

La disposizione filologica faceva dell’Umanesimo un movimento non semplicemente letterario ma propriamente filosofico. L’Umanesimo incomincia nel secolo XIV. Nel Trecento emergono in questo senso i fermenti dell’età moderna. L’Umanesimo si afferma con la crisi della cultura e della civiltà medievale: declino della Chiesa e dell’Impero, rottura dell’equilibrio politico e religioso, trasformazioni economiche e tensioni sociali, spirito laico, divaricazione di ragione e fede, interesse per il mondo e per l’uomo. L’Umanesimo sorge in questo modo in Italia a metà del quattordicesimo secolo; e dall’Italia si diffonderà poi in Europa spostandosi in Francia, in Germania, nei Paesi Bassi. Il primo Umanesimo è civile; alla sottrazione della libertà politica si accompagnerà in seguito un Umanesimo contemplativo, speculativo, metafisico.

All’Umanesimo appartiene la riscoperta dell’uomo, la ricostruzione dell’orizzonte mondano, la rigenerazione di sé, la rinascita dello spirito umano: l’Umanesimo ed il Rinascimento si fondono nella grande età umanistico-rinascimentale. Della Rinascita Federigo Enriques e Giorgio de Santillana indicavano in questa maniera la sostanza nel rinvenimento dei valori umani, non nel recupero della cultura classica, e citavano Jacob Burckhardt: «… non la risorta antichità da sé sola, ma essa e il nuovo spirito italiano, compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare tutto il mondo occidentale».

Lo spirito umanistico-rinascimentale era da Federigo Enriques così colto: «… l’uomo, sopraffatto per secoli dall’ansia di un mondo ultraterreno, che incombe su di lui, assorbito nella comunità cittadina, scopre i valori umani, la gioia, la bellezza, la libertà, che riconosce nelle espressioni della grande civiltà del passato: la quale perciò appunto diventa il segno delle sue aspirazioni e la nuova vita della sua vita».

Come “scoperta del mondo e dell’uomo” il Rinascimento si confonde con l’Umanesimo. L’epoca umanistico-rinascimentale si estende così dalla metà del Trecento all’inizio del Seicento, e ha i propri secoli nel Quattrocento e nel Cinquecento. Primo umanista è effettivamente Francesco Petrarca (1304-1374). Eugenio Garin citava in proposito un altro umanista: Leonardo Bruni: «Francesco Petrarca fu il primo il quale ebbe tanta grazia d’ingegno che riconobbe e rivocò in luce la antica leggiadria dello stile perduto e spento». Petrarca interpreta la esigenza di rinnovamento emersa nel quattordicesimo secolo. La ripresa della cultura antica è per Petrarca funzionale al superamento del vuoto naturalismo scolastico medioevale in un sapere relativo al vero problema dell’uomo: l’uomo stesso; lo studio delle varie discipline non è quindi fine a sé ma strumento di educazione e cristianamente di cura dell’anima, e dell’anima punto di riferimento ben fece la filosofia greca con Socrate e Platone.

Culla dell’Umanesimo è ben Firenze. All’Umanesimo civile fiorentino appartiene Coluccio Salutati (1331-1406). Sulla strada di Francesco Petrarca al vano interesse per il mondo naturale Salutati oppone la sensata attenzione al mondo umano: soltanto il mondo umano è ben inteso dall’uomo, perché è un prodotto dell’uomo; la stessa vita attiva che esprime l’anima secondo libertà e moralità è superiore alla vita contemplativa. Scolaro di Salutati è poi l’umanista aretino Leonardo Bruni (1374-1444). Bruni pone l’accento sulla dimensione politica e civile propria dell’uomo. A Salutati lega il nome lo stesso umanista valdarnese Poggio Bracciolini (1380-1459): grande scopritore di codici antichi Bracciolini insiste sul valore della cultura ma inserisce una nota di pessimismo nell’idea attivistica fiorentina e nel contrasto di virtù e fortuna.

La virtù come capacità umana di opporsi alla avversa fortuna è una questione ben affrontata dal grande umanista italiano Leon Battista Alberti (1404-1472). Contro l’inconcludente pura speculazione Alberti fa valere la concretezza e la utilità dell’esperienza e dell’azione che naturalmente e moralmente conferiscono senso alla vita dell’uomo. Attraverso il platonismo alla dignità dell’uomo la cultura umanistico-rinascimentale guarderà quindi nella prospettiva del disimpegno civile. Alla dignità dell’uomo guarda la difesa epicureo-cristiana del piacere, della santa voluptas lucreziana, da parte di un altro grande umanista: il romano Lorenzo Valla (1407-1457). Alla nota prova filologica della “falsa donazione di Costantino” sulla quale la Chiesa fondava il potere temporale si accompagna in Valla l’auspicio di una religione pura.

Scrive Paolo Rossi nel libro La nascita della scienza moderna in Europa: «Per i grandi esponenti dell’Umanesimo italiano (come Leonardo Bruni, Guarino Veronese, Giannozzo Manetti, Lorenzo Valla) leggere i grandi classici del mondo antico vuol dire fare ritorno ad una civiltà che è superiore a quella nella quale ad essi è toccato in sorte di vivere e che costituisce l’irraggiungibile modello di ogni forma di convivenza umana». Rossi richiama l’opposizione dell’emulazione all’imitazione dei classici antichi quale pure «grido di battaglia di molti intellettuali europei da Angelo Poliziano ad Erasmo da Rotterdam». Rossi rileva la tendenza degli umanisti a considerare quindi i testi filologicamente riscoperti non semplici documenti ma fonti di conoscenza scientificamente utili: la diffusione di edizioni e di traduzioni dirette dalle opere greche fu decisiva per il progresso della scienza.

Prima dell’incontro con gli scritti greci la filologia umanistica si era sviluppata sui testi latini. Lo studio del greco rese quindi possibile all’Umanesimo l’approssimazione diretta ai classici greci. La tradizione culturale greca era stata ereditata da Bisanzio: con i dotti bizantini nel periodo umanistico-rinascimentale da Costantinopoli si introdussero in Italia greco e produzione intellettuale antica in lingua greca; codici furono così ben portati dai maestri greci chiamati dall’odierna Istanbul a Firenze da Coluccio Salutati ad insegnare il greco. Entro il quadro della riscoperta del patrimonio originale del sapere greco ben matura la lettura filosofica umanistico-rinascimentale del platonismo in senso neoplatonico.

Nella propria Storia del pensiero scientifico del 1957 Giulio Preti rileva il contributo rinascimentale alla scienza moderna: nell’emanciparsi della fisica-metafisica aristotelica il pensiero rinascimentale immette e la logica e la fisica nuove della via moderna della tarda scolastica medievale nell’orizzonte metafisico di «un platonismo sentito molto liberamente, assolutamente nuovo, anche tenendo conto di tutta la letteratura neoplatonica tardo-greca, paleocristiana e bizantina attraverso il cui filtro è arrivato ai pensatori del Rinascimento. Platonismo che, paradossalmente, si risolve in una specie di naturalismo religioso, per il quale la natura è divina, è simbolo e immagine vivente di Dio, infinita, eterna, immortale». Il platonismo rinascimentale – Preti – «ebbe il centro ideale nell’Accademia fiorentina fondata da Marsilio Ficino a Careggi in una villa donatagli da Cosimo il Vecchio Medici… Sebbene questa villa non abbia mai ospitato più di sei o sette persone, la sua azione è stata vastissima e ha profondamente influenzato il pensiero filosofico del Quattrocento… strascichi fino a tutto il Cinquecento e forse anche ai primi decenni del secolo successivo».