La Rivoluzione scientifica: Galileo tra scienza e filosofia

Nel Seicento Galileo dice: «Tentar l’essenza è oltre l’umano». Non all’essenza della realtà, cioè alle cose come sono in se stesse, ma ai fenomeni, cioè alle cose come ci appaiono, guarda la scienza. La scienza prevede per Galileo il concorso di “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni”: alla deduzione logico-matematica delle conseguenze osservative di una ipotesi deve accompagnarsi il “cimento” empirico-sperimentale come condizione per passare dalla congettura alla prova. La scienza prevede il confronto con la esperienza. L’esperienza scientifica non è solo osservazione ma è anche e soprattutto esperimento, con il quale non ci si limita alla constatazione ma si interviene sulla natura e sul mondo per sollecitarne una precisa risposta: nel Seicento F. Bacone (1561-1626) rilevava che «bisogna torcere la coda al leone». Nel Settecento I. Kant (1724-1804) approdava alla propria rivoluzione copernicana filosofica riflettendo sul metodo galileiano ed assumendo quale modello scientifico il sapere fisico galileiano-newtoniano: «Gli indagatori della natura compresero che la ragione scorge soltanto quanto produce secondo il suo disegno… e che deve costringere la natura a rispondere alle sue domande». La natura può confermare o smentire le nostre ipotesi, teorie, idee; la smentita è detta falsificazione.

A fondare la scienza nel senso empirico-sperimentale moderno è nel Seicento Galileo: «Lo scienziato antico è un contemplatore del mondo della natura… lo scienziato moderno… si fa attore… sperimentando» (Armando Carlini, Breve storia della filosofia, Sansoni 1957, p. 78). Esperienza ed esperimento sono da Galileo fusi con la matematica. Galileo ripropone così la scienza teorica antica greca ellenistica. L’interpretazione fisica pitagorico-platonica matematizzante della natura e della sua filosofia è da Galileo espressa nella celebre metafora del linguaggio del grande libro del mondo: «La scienza è scritta in questo grandissimo libro che ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se non si impara a intenderne la lingua e conoscere i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica e i caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile intenderne umanamente parola… è un vano aggirarsi per un oscuro labirinto» (Galileo Galilei, Il Saggiatore, 1623).